La Green economy come appiglio per combattere la crisi

Negli ultimi anni si parla sempre più di Green Energy, ovvero il ricorso all’utilizzo alle cosiddette energie rinnovabili.
Un mezzo necessario anche per far fronte alla crisi globale, crisi di lavoro, di idee e di innovazione.
A sorpresa l'Italia, che arranca economicamente e strappa faticosamente 'zero virgola' in termini di crescita di Pil, è un autentico motore dell'economia verde.
Abituati a rincorrere i Paesi più virtuosi, ci riscopriamo pionieri in molti settori dell'ecologia e capofila di dinamiche energetiche.
Dalle ultime analisi, infatti, il nostro Paese ne esce come modello in giro per l'Europa e nel mondo.
Il Bel paese primeggia per contenimento di rifiuti prodotti, che vede solo 42 tonnellate per ogni milione di euro speso contro i 49 della Spagna, i 59 del Regno Unito, i 64 della Germania e gli 84 della Francia.
Primatisti continentali anche per il riciclo industriale con 47 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi recuperati per essere avviati al riciclo (Germania ferma a 43 e Francia addirittura a 29). Un altro primato è quello legato agli imballaggi, con un tasso di riciclo che supera il 66%.
Non europeo, ma mondiale, è invece il record nella quota di fotovoltaico nel mix elettrico nazionale, l'8%.
Un sistema che funziona e che permette ingenti risparmi. Il riciclo nei cicli produttivi industriali ha infatti permesso di risparmiare energia primaria equivalente a 17 milioni di tonnellate di petrolio. Il risparmio a livello di emissioni è altrettanto ingente: i 47 milioni di tonnellate di rifiuti riciclati hanno infatti alleggerito l'atmosfera di 60 milioni di tonnellate di CO2.
A chiudere questo elenco virtuoso c'è il sorpasso della quota di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, che ha superato per la prima volta quella da fonti fossili. Dunque, le energie rinnovabili battono carbone.

Dieci anni fa sembrava impossibile, oggi è realtà. Anche gli ultimi rapporti dell'International Energy Agency (Iea) documentano l'inizio del sorpasso: a livello globale il totale della potenza elettrica installata da fonti rinnovabili ha superato quello delle centrali a carbone. Visto che il numero di ore di funzionamento di un impianto solare o eolico è inferiore a quello dell'omologo a carbone, resta una differenza nella produzione di elettricità: le rinnovabili stanno ancora al 40% in meno (garantiscono il 23% della domanda elettrica contro il 39% del carbone) , ma nel 2021 il differenziale si dimezzerà e nel corso del prossimo decennio il dominio delle fonti pulite sarà completo. Il Medium-Term Renewable Market Report documenta una corsa delle rinnovabili sostenuta principalmente dal vento (66 nuovi gigawatt) e dal sole (49 nuovi gigawatt) con una crescita complessiva annuale del 15%. Stati Uniti, Cina (che da sola ha sostenuto il 40% dell'incremento), India e Messico spingono il mercato e si prevede che nei prossimi 5 anni l'aumento sarà maggiore. Già oggi mezzo milione di pannelli solari vengono installati nel mondo. In Cina due turbine eoliche vengono installate ogni ora. Sono numeri che fanno riflettere: non è più questione di incentivi per premiare scelte ecologiche. Ci sono Paesi che hanno la capacità di sostenere il loro sistema produttivo e di penetrare nei nuovi mercati guadagnando fatturato e occupazione, e Paesi che ondeggiano tra premi e tagli retroattivi finendo per perdere quote di mercato.

L'Italia, dopo aver guidato a lungo la volata delle rinnovabili ha compiuto una brusca frenata che ha destabilizzato il settore: ora ha ancora una possibilità per riagganciare il treno in corsa. Nel 2021, secondo il rapporto, si avrà una produzione elettrica da rinnovabili pari all'attuale consumo di Stati Uniti e Unione europea sommati. Addirittura, la Stanford University, nel suo rapporto “Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight (WWS) All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”, ha indicato che 139 paesi entro il 2050 potrebbero diventare 100% rinnovabili. Lo studio ha analizzato produzione di energia elettrica, trasporti, riscaldamento/raffreddamento, industria, agricoltura, silvicoltura e pesca in 139 Paesi i cui dati sono pubblicati dall’International energy agency e che emettono collettivamente oltre il 99% di tutta la CO2 del mondo. Ne è venuto fuori che le potenze economiche mondiali che hanno anche una grossa popolazione, come Stati Uniti, Cina e Unione Europea, potranno passare più facilmente al 100% di energia rinnovabile. Invece, i posti dove la transizione sarà più difficile saranno i piccoli Paesi insulari, come la ricca Singapore, dove probabilmente si dovrà puntare quasi esclusivamente sul solare.

Tutti i 139 paesi industrializzati, tra i quali c'è anche l'Italia, hanno le risorse necessarie sul proprio territorio per sostenersi con l'energia idroelettrica, solare o eolica. Soltanto un paio di essi, i più piccoli ma con popolazione molto elevata, potrebbero aver bisogno di importare energia dai paesi vicini, ma gli altri sarebbero perfettamente autosufficienti. In base alle stime prodotte dai ricercatori, il processo di transizione farebbe perdere 27,7 milioni di posti di lavoro, tuttavia se ne guadagnerebbero ben 52 milioni.
Elevato anche il guadagno in termini di vite umane: la riduzione delle emissioni di carbonio, infatti, ogni anno abbatterebbe di 4-7 milioni il numero di morti legati all'inquinamento. Col passaggio all'energia pulita si riuscirebbe inoltre a contenere l'aumento delle temperature al di sotto di 1,5° centigradi rispetto alle medie preindustriali, un traguardo perfino più ambizioso di quello proposto negli Accordi sul clima di Parigi del 2015.